16 Novembre 2022

Dentro l’opera

L’amour est un oiseau rebelle

Filippo Cifariello, Les malheureux, (1899) Museo Borgogna. Vercelli

L’opera di finissimo e candido biscuit è come una Pietà laica, un giovane lavoratore ferito viene trasportato disteso, esangue, su una carriola.

Non possiamo restare indifferenti al volto della madre che è piegata nello sforzo di portare verso la salvezza il figlio, sembra non aver tempo di soffrire, di dolersi, deve usare ogni suo muscolo per aiutarlo. Anche l’altro barelliere, potrebbe essere il padre o un collega più anziano, trasporta il ragazzo ma il suo sguardo è scettico e teme, in cuor suo, che il giovane non possa sopravvivere e che tutto sia inutile. Solo i suoi muscoli non si sono ancora arresi, sono tesi nello sforzo di soccorrerlo.

Quanto al ferito, sembra ormai privo di vita come Gesù in grembo alla Vergine nella Pietà michelangiolesca. La fattura sublime dell’opera stride, volontariamente, con la denuncia sociale che l’artista pugliese Filippo Cifariello ha rappresentato.

Filippo nasce nel 1864 da una famiglia povera e numerosa costretta a emigrare a Napoli, ed è uno scugnizzo che viene notato per il suo talento artistico. L’occhio finissimo per il particolare e il gusto per il preciso realismo lo porteranno a ottenere incarichi pubblici per realizzare statue e monumenti che adornano tuttora le piazze di alcune città del Meridione. Acclamato dal pubblico ma vilipeso dalla critica e dai suoi pari, viene accusato di fare calchi di gesso dal vero, dovrà zittire le malelingue esponendo piccoli formati per dimostrare di essere il grande artista che molti ritengono. Passano alcuni anni e lo scultore torna a far parlare di sé quando in un impeto di gelosia uccide la moglie, una sciantosa di origini francesi “poco adatta come sposa di uno scultore che riceve comande pubbliche”, come si affrettano a chiosare le cronache dell’epoca. L’Italia si sa è paese maschilista e il Cifariello viene assolto per totale vizio di mente, dopo un processo che resterà negli annali della Napoli di primo Novecento. Un processo durante il quale la difesa arriverà a proclamare che è l’amore ad aver guidato la mano dello scultore, passione terribile e fatale che dona la vita e la morte ma anche forza divina che uccide e crea. Così l’artista, che tutti davano per finito, continuerà la sua carriera, così come le sue relazioni, finché una forte depressione divorerà la sua anima portandolo al suicidio in tarda età.

Dove si trova l’opera?
Museo Francesco Borgogna, Vercelli – Scopri il museo

Archivio delle opere


Rubrica curata da Stefano Cocciardi

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